Le fontane di Roma

Sere fa in macchina, tornando dalla trasferta maceratese, parlavo con un amico delle sue avventure lavorative al di fuori di Roma, e mi raccontava di aver lavorato per un mesetto a Ravenna. Così gli dissi di essere stato una volta li, che ero poco più di un ragazzino (facevo, se non ricordo male, il primo superiore). Non me ne vogliano i ravennesi (ravennati? ravennancensi? ravennanzanzunzezzienti?) maesternammo anche le nostre idee sullo spessore della città, che sinceramente trovai abbastanza brutta (avevo però appena 14 anni, quindi le mie percezioni erano sicuramente diverse da allora. Prometto che un giorno la rivisiterò). Tra i miei ricordi riafforò anche il fatto che, in tutta la città, che girai a piedi con gli amici in un’oretta scarsa, non c’era neanche una fontanella!!! La prima e unica la trovammo alla stazione del treno. Era la prima volta che mi rendevo conto, sotto l’aspetto dell’acqua, di quanto Roma fosse unica nel suo genere. Nella nostra amata Città ogni due metri c’è una fontanella. Merito dei papi che ad ogni nuovo papato conducevano lavori di ristrutturazione o ampliamento del sistema di acquedotti romani e che facevano costruire fontane monumentali all’interno dell’Urbe. Ma tra le tante fontane presenti, ce n’è una, la più comune, che caratterizza profondamente la città: il nasone. Queste fontanelle furono installate per la prima volta a Roma nel 1872 in 20 esemplari, e il modello è rimasto sostanzialmente inalterato fino ad oggi, ad esclusione del nasone vero e proprio che all’epoca raffigurava l’immagine di un drago. Per la cronaca alcune delle originarie venti fontanelle sono tutt’ora al loro posto, in piazza San Giovanni della Malva e a piazza in Piscinula a Trastevere. L’architetto romano Aldo Tommasini, nel 1990, dedicò questa poesia alla tradizionale fontanella romana.
 

LA FUNTANELLA

Che c’è de mejo de ‘na funtanella
a Roma quanno incoccia la calura?
Pare ‘na cascatella in miniatura
e t’arilegri solo ner vedella.

Co’ l’acqua che viè giù da la cannella,
su quer metro quadrato de frescura,
te poi riconcijà co’ la natura:
opri la bocca e bevi a garganella.

E si j’attappi er bucio co’ la mano
l’acqua schizza defora dar bucetto
e lo zampillo ariva ar primo piano.

Allora puro quanno ch’è sereno,
tra lo sbrilluccichio de quell’archetto
ce pòi vedé spuntà l’arcobbaleno.

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